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Sicurezza dei cittadini e non sicurezza dei non cittadini

Come sapete, è passato, e sta per essere operativo, il sedicente "pacchetto sicurezza".

Tale decreto ha lo scopo di rendere il nostro paese più sicuro, e fin qui niente di male. Il problema è che lo fa in maniera del tutto assurda.

L'idea centrale del decreto è quella del reato di clandestinità. Un immigrato non in possesso del permesso di soggiorno è fuorilegge. Sembrerebbe quasi del tutto normale, se non si capisce a fondo cosa significa.

Sottolinerei tre aspetti.

Il primo è il fatto che molti non hanno il permesso di soggiorno poiché, nonostante ne abbiano diritto, sono vittime di procedure burocratiche eccessivamente lunghe. Un esempio sono alcune suore che abitano nella mia zona, il cui ordine le fa venire a Roma per studiare, per poi mandarle a lavorare generalmente in Africa e India. Sono entrate in Italia, hanno richiesto (in alcuni casi due anni fa) il permesso di soggiorno, non lo hanno ancora e ora sono delle criminali. Quelle di loro che hanno finito gli studi, si stanno affrettando a partire poiché tra pochi giorni non potranno farlo senza essere arrestate in aeroporto. Moltissima gente è nella medesima situazione, per non parlare di tutte le persone che, pur essendo a tutti gli effetti clandestine, svolgono lavori necessari, e che se venissero, paradossalmente, arrestate in blocco ci lascerebbero nel caos. Oggi, il Ministro del Welfare, Sacconi, ha dichiarato che la regolarizzazione selettiva degli immigrati riguarderà "solo badanti e collaboratrici domestiche", poiché "il nostro mercato non sarebbe in grado di recepire in modo sostenibile altre professionalità". Come dire: quei lavori se li prendessero pure, gli altri sono nostri.

Il secondo aspetto sono le ronde. Privati cittadini possono organizzarsi, in determinate forme, per il pattugliamento del territorio. Non possono agire in alcun modo, se non chiamando la Polizia. La legge fondamentalmente incoraggia tale pratica, ma non mi sembra aggiunga nulla di nuovo al fatto che ogni cittadino è già tenuto per dovere a segnalare eventuali crimini alle forze di Polizia. Il problema è che, incoraggiando, accorrono gli esaltati. E basta girare un po' il web per trovare cose assurde e ai limiti dello squadrismo, in parte già esistenti prima della legge, che ora si trovano legittimati. Ultimamente si parlava di pubblicare le foto segnaletiche degli stupratori noti. Già mi immagino i linciaggi a persone che hanno la sola colpa di assomigliare a qualcun altro.

Il terzo aspetto è ben più grave: ci sono state moltissime polemiche per il fatto che la precedente stesura del decreto rendeva possibile ai medici la denuncia dei clandastini. In seguito alla forte opposizione dell'Ordine dei medici, tale possibilità è stata negata. Ma in campo sanitario è rimasto qualcosa di ben più subdolo. Non potendo fare alcuna procedura burocratica, una donna clandestina che dovesse partorire in ospedale, non potrebbe riconoscere il figlio ufficialmente come proprio. Secondo procedura, l'ospedale dovrebbe quindi toglierle il figlio e affidarlo alle strutture preposte. Ciò significa, chiaramente, che per una donna clandestina partorire in ospedale è infattibile. Non sapremo mai quante donne rischieranno o perderanno la vita partorendo in condizioni inadeguate, poiché per lo Stato tali donne non esistono. E, nel migliore dei casi, avremo moltissimi bambini a cui sarà negato ogni diritto all'istruzione (che finora era un servizio garantito e obbligatorio per chiunque), e a un futuro migliore.

Tutto questo per una illusione di sicurezza, considerando che la maggior parte dei reati maggiori sono compiuti da italiani, che la maggior parte degli stupri sono compiuti da italiani anche senza contare tutti quelli che rimangono nascosti nelle famiglie, e che la mafia è opera nostra, e ne siamo fieri, considerando la gente a cui diamo il voto (i dati sulle percentuali dei crimini sono del Ministero dell'Interno, si trova facilmente il rapporto del 2007, ma dovrebbe anche essere in giro quello del 2008).

Ma anche ammettendo che il decreto renda davvero il nostro paese più sicuro, io non sono disposto a migliorare la mia condizione di vita peggiorando quella di chi già sta peggio di me. Non so voi.

Il mondo cristiano si sta muovendo, anche se, in ambito cattolico, piuttosto a rilento e in forme non ufficiali. Segnalo in particolare l'articolo pubblicato da Nigrizia, storica rivista dei Comboniani sulle missioni e sull'Africa. Spero in una dichiarazione ufficiale della CEI.
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Diversamente razzisti

Tiana A dicembre, nei cinema americani, uscirà un nuovo Classico Disney, The Princess and the Frog. La trama di base è quella classica del principe trasformato in ranocchio, che deve essere salvato dal bacio di una principessa (con delle varianti che non rivelerò perché DOVRETE andarlo a vedere al cinema :oP). Il tutto è ambientato in una New Orleans di inizio '900. La principessa protagonista, Tiana, è una ragazza afroamericana, la prima principessa afroamericana nei Classici Disney, come i media amano ripetere. Il film è molto atteso dagli appassionati, anche grazie al fatto che segna il ritorno, da parte della Disney, ai disegni bidimensionali, e al fatto che le musiche, ovviamente jazz, promettono molto bene, così come la storia.

Ieri ho letto sul Corriere della Sera in versione online un articolo che parlava di alcune polemiche riguardo il film, e la cosa un po' mi ha colpito nella sua assurdità. In sostanza, ci sono (e in effetti ho trovato conferma altrove in giro per il web) proteste per il fatto che la principessa è afroamericana, quindi nera, mentre il principe è bianco.

In questa questione, le cose che mi hanno lasciato perplesso sono tre. La prima è l'esistenza stessa del problema. Non ci avevo mai pensato. In fondo penso che nessuno si sia mai posto alcun probema per il fatto che la Cenerentola disneyana sia bionda mentre il Principe è castano. Bene, io non mi ero posto il problema di una Tiana nera con principe bianco. La seconda è il fatto che ci si pongano problemi del genere per un cartone animato, non oso immaginare cosa possa succedere per una vicenda reale. La terza, che è poi la peggiore e che mi ha richiesto più letture per assicurrmi di aver capito, è il fatto che a porre il problema non sono ragazzini fascistoidi, e nemmeno estremisti pseudoreligiosi nostalgici del KKK. No, a porre il problema sono sedicenti associazioni antirazziste, o per la parità dei diritti, peraltro composte da afroamericani. Sì, perché secondo loro, la Disney non ha considerato possibile per un principe essere nero, come (sempre secondo loro) è naturale che sia se la principessa è nera.

Sono sempre, da quando mi sono reso conto dell'esistenza di un problema che mai avevo sentito come mio, stato antirazzista. Semplicemente perché non ho mai capito per quale motivo il colore della pelle abbia un qualche ruolo discriminatorio. Mi illudevo che chiunque, per antirazzismo, intendesse questo.

Invece, a quanto pare, molti intendono tutt'altro. Intendono l'uguaglianza di diritti tra due gruppi. Insomma, discriminano, ma vogliono l'uguaglianza.

Scusate, ma io questo lo chiamo razzismo. Puro razzismo. Se si discrimina tra due categorie, al punto da considerare offensivo un amore tra una ragazza nera e un ragazzo bianco, si è razzisti. Non basta predicare l'uguaglianza dei diritti, due categorie con gli stessi diritti sono sempre due categorie. E se si fanno categorie, si è razzisti, senza mezzi termini.

Il 28 agosto del 1963, molti anni dopo le vicende in cui il film è ambientato, Martin Luther King pronunciò un magnifico discorso, uno dei pochi discorsi storici ai quali mi sarebbe piaciuto essere presente. Ne propongo un brano, ma ne consiglio la lettura completa.
Io ho un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

Io ho un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell'arroganza dell'ingiustizia, colmo dell'arroganza dell'oppressione, si trasformerà in un'oasi di libertà e giustizia.

Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho un sogno, oggi!

Io ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi impervi saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati, e la gloria del Signore si mostrerà, e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. È questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.

Quasi cinquant'anni dopo, tutto ciò è ancora un sogno, rovinato anche da chi sostiene di essere antirazzista. Qui non si parla di uguaglianza di diritti, si parla semplicemente di un mondo senza barriere.
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Guardiamoci, prima di guardarci intorno

Fatto di cronaca: due giorni fa una donna, cittadina rumena, uccide in maniera piuttosto cruenta l'amministratore del suo condominio.

Un fatto come se ne sentono tanti. Ma la grossa differenza, dal mio punto di vista, è che è successo a due passi da casa. Con tutte le conseguenze. L'amministratore era ben conosciuto da persone a cui sono vicino, la figlia dell'omicida (poverina) era nella scuola elementare dove insegna mia madre e dove tengo corsi di informatica, la via è quella dove passo ogni volta che raggiungo la scuola elementare o il mercato.

E, ed è questa la cosa che più si sente, il quartiere tira quotidianamente fuori particolari più o meno fantasiosi per rendere più orrendo un fatto che già lo è abbastanza.

Come se non bastasse, tutto ciò avviene in un momento in cui, in vista dell'attuazione delle nuove leggi in materia, i media non hanno fatto altro che sottolineare e sviscerare nei minimi particolari ogni singolo fatto di cronaca in cui sia implicato un rumeno. Una caccia alle streghe vera e propria.

Bene, sommiamo il bombardamento mediatico al fatto di cronaca, e otteniamo il mondo in cui mi trovo. Sento da due giorni frasi e considerazioni razziste ovunque mi giri. Sento persone che reputavo ragionevoli sparare assurdità. Leggo motti e follie xenofobe su Facebook. Persino in famiglia, ogni tanto qualche allusione viene fuori.

E sono profondamente schifato da tutto ciò.

Il razzismo, e per estensione la xenofobia, sono cose che non sono mai riuscito a capire. E, in seguito ad alcune fatti risalenti all'epoca delle elementari, sono cose che mi spaventano e che combatto (in maniera spesso, purtroppo, anche piuttosto verbalmente violenta). Ma vederlo così da dentro fa uno schifo incredibile. Non posso arrabbiarmi semplicemente con chi inneggia al ridurre a brace il prossimo, mi fa schifo punto e basta.

E spesso, troppo spesso, sento cose del tipo "ma non è che sono razzista, è che loro hanno una cultura diversa e devono andarsene", oppure "ma se la tua cultura ti permette di uccidere così, non sei degno di stare qui".

Ma dico, ci siamo visti? Abbiamo visto lo schifo che siamo in grado di fare noi italiani? Vi ricordate dei bei tipi che hanno dato fuoco ad un uomo in stazione? Ma vi siete mai resi conto di cos'ha fatto la mafia? Ma sapete che emigrando in Europa e America abbiamo esportato la mafia con tutte le sue porcherie? Ma lo sapete che negli USA gli italiani sono la cultura associata all'idea di mafia? Ma avete idea di quanti omicidi assurdi commettano e abbiano commesso gli italiani?

Stando ai giornali, i rumeni (e non solo) sono criminali per tradizione, sono una cultura schifosa, e bisogna avere paura ad avvicinarli. Io ho invece paura ad avvicinare gli italiani, razzisti incapaci di rendersi conto che se i reati commessi fanno la cultura di un popolo, l'Italia ha una cultura di m****. E che se alcuni membri di un popolo sono criminali sono criminali anche gli altri, allora io sarei un mafioso, con tutti gli orrendi reati che conseguono da ciò, e sarei anche un razzista in grado di dar fuoco a chi non mi va a genio.

Prima di schifarci degli altri, facciamo il paragone con noi.

E si badi bene che non sto giustificando un reato orribile, ma sono dalla parte di chi non commette reati e viene considerato pericoloso per la nazionalità, per il taglio degli occhi o il colore della pelle. Vergognamoci.
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Non è razzismo

Sabato, tre ragazzi hanno dato fuoco ad un cittadino indiano, Sing Navte, che dormiva alla stazione di Nettuno, cittadina non lontana da Roma, capolinea della linea ferroviaria che diversi miei compagni di studio prendono quotidianamente. Navte è in serio pericolo di vita ormai da ieri. È l'ultimo di una serie di episodi di estremo razzismo più o meno scientifico che si susseguono a ritmo abbastanza elevato da ormai almeno un paio d'anni.

L'episodio, come gli altri, mi sconvolge. I media e il mondo politico lo classificano come «un grave atto vandalico», le stesse parole che il mio parroco utilizza per gli insulti alla sua o altrui persona che ogni tanto compaiono a grandi lettere sul muro dell'oratorio. Ogni tanto si vede «atto di violenza». È stata bruciata una persona. Non è un atto vandalico, un semplice atto di violenza, è un crimine. Pochi si sono sbilanciati abbastanza nel chiamarlo crimine, e molti di quelli che lo hanno fatto hanno aggiunto poi spaventose ipocrisie. Ed è un crimine dei più gravi. Tortura, tentato omicidio. Se solo immaginassimo la scena contraria, tre indiani danno fuoco ad un italiano. Il mondo lo chiamerebbe ancora atto vandalico?

Come se non mi sconvolgesse abbastanza la gravità del gesto, come se non mi sconvolgesse abbastanza il notare che molti questa gravità non la vedono, si aggiunge anche una dichiarazione del legale che difende il più giovane dei tre, dichiarazione che ho visto più volte condivisa. «Non è un episodio a sfondo razzista».

Se chiedi a chi è di quest'idea come si faccia a pensare una cosa del genere, la risposta è semplice. I ragazzi, lo vedevano come uno scherzo, come una goliardata. Hanno dichiarato che volevano prendere un barbone a caso, indiano o rumeno sarebbe stato lo stesso. Non ce l'avevano con qualcuno in particolare, volevano giocare.

Frasi di questo tipo mi spaventano.

Il razzismo è razzismo, sia che tu abbia una teoria pseudoscientifica a riguardo, sia che tu pensi che ad un barbone puoi dare fuoco, che sia indiano o rumeno è lo stesso. Il grosso del razzismo non è scientifico, ma è fatto da gente convinta che un barbone sia un oggetto. Tanto più se straniero.

Ciliegina sulla torta, le parole di Maroni, ministro dell'interno. «Bisogna essere severi con gli immigrati».

Io penserei piuttosto ad essere severo con i razzisti, e a non farli entrare in comunità di recupero dopo poche settimane di carcere (quando lo stesso atto compiuto da stranieri verso italiani prevede l'espatrio con calcio nel sedere). E noterei piuttosto quanti italiani sono in Belgio, quanti negli USA, quanti in Australia. E mi chiederei perché, che il dubbio viene. La storia del '900 tanto non la studia nessuno. Facile fare l'equazione immigrato uguale cattivo, tanto più con una gioventù ignorante.

Io penserei piuttosto a togliere quella ridicola camionetta dell'Esercito dalla stazione della metropolitana Battistini, camionetta davanti alla quale passo ogni mattina e che ha come unico scopo il rompere le scatole senza motivo o quasi a qualche zingara ogni tanto, e a spostarla quattro chilometri più in la, nella zona poù difficile, nella zona dove due settimane fa hanno stuprato una ragazza, mentre a Battistini non è mai successo nulla, neanche prima della camionetta. E chissà quante altre camionette in posti inutili ci sono...

Che bel momento, comunque. Destra razzista, centro xenofobo e sinistra antisemita. Quand'è che faremo a meno di queste maledette categorie politiche?
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Lorenzo ha realizzato oggi, definitivamente, che la lettera del Papa ai giovani che ha letto è la stessa di cui parlavano i giornali. O____O (il 5/9/10 alle 21:35)

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