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DokuWiki

Oggi voglio parlarvi di un ottimo software che utilizzo molto, e che merita quindi un po' di pubblicità da parte mia.

Si tratta di DokuWiki, un sistema per creare wiki, estremamente leggero, non esoso in termini di risorse tecnologiche, molto personalizzabile e banale da utilizzare. In più è Open Source, gratuito e liberamente modificabile. La documentazione è in inglese, ma l'interfaccia grafica è anche in italiano.

DokuWiki è nato per creare wiki di documentazione software. Ma grazie al modo in cui si è evoluto, e all'ottima personalizzabilità data dal sistema di template e plugin, può essere utilizzato per fare qualunque tipo di sito, anche quando non è strettamente necessario che il sito sia un wiki.

Il sistema di templating è di facile utilizzo, e per chiunque abbia conoscenze minime di HTML e CSS può adattare un template pronto alle proprie esigenze personali, fino a trasformare la grafica del sito in qualcosa anche di lontanissimo dalla grafica classica di un sito wiki.

Il sistema di plugin, molto potente e ben strutturato, permette di aggiungere funzionalità di ogni genere al sito. Ci sono centinaia di plugin già pronti, che raccolgono quasi tutto quello che si può volere da un sistema per creare siti web. Con poche mosse, ben documentate, è persino molto semplice trasformare la propria installazione di DokuWiki in un blog ben fatto, anche multiutente, e facile da usare. Installare un plugin è assolutamente semplice anche senza avere la minima conoscenza tecnica.

DokuWiki, diversamente da software analoghi, non richiede alcun tipo di banca dati, essendo basato su un sistema di archiviazione su file di testo. Non è quindi necessario un hosting costoso per utilizzarlo: basta un qualunque hosting gratuito. Se però non ci si fida di un sistema del genere, è piuttosto facile fare in modo che il sito si appoggi ad una banca dati.

Da un po' di tempo, ci sono anche funzionalità per gli utenti più esigenti, come ad esempio chi ha bisogno di gestire il suo wiki attraverso un software o un bot: esiste un'interfaccia XMLRPC, ancora non ottima ma ben realizzata.

Insomma, Dokuwiki è ormai da parecchio tempo qualcosa di più di un banale wiki. Si avvicina molto di più ad un CMS molto flessibile e di facile utilizzo rispetto alla media.

Trovate un elenco piuttosto completo delle principali caratteristiche da queste parti. L'ultima versione, uscita a Natale, è invece disponibile qui.

Dato che gli esempi valgono più di molte chiacchiere, vi linko il sito del creatore del progetto, Andeas Gohr, della sviluppatrice Foosel, del designer Wikidesign, dell'associazione LS Lug, e del gruppo parrocchiale I Sicomori Curiosi, realizzato da me. Tutti molto diversi tra loro, tutti elegantemente basati su Dokuwiki.
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Cinguettare, abbaiare e squittire

Vi scrivo dall'università, ho fermato lo studio causa cervello in fumo, e mi sono preso un attimo di pausa prima di andare in Piazza di Spagna a dar ripetizioni. Tra l'altro qui la connessione non è per nulla sicura, ma vabbè.

Volevo parlarvi di una interessante curiosità parodistica comparsa nel web.

Immagino tutti conosciate Twitter, servizio a cui io preferisco Identi.ca, di cui di cui vi parlai. Si tratta di un sistema di microblogging, ovvero di un sistema che permette di spedire brevi messaggi, detti tweet (cinguettii, twitter significa colui che cinguetta) con una lunghezza massima di 140 caratteri. Insomma, una cosa analoga ai messaggi di stato per Facebook.

Tale servizio ha avuto un discreto successo, perché permette di pubblicare facilmente brevi notizie o comunicazioni, e può essere sincronizzato con i messaggi di stato di altri sistemi, o dei servizi di messaggistica istantanea (Live Messenger, Jabber...), con anche la praticità di poter essere aggiornati da cellulare.

Ho trovato due simpatiche parodie, che giocano sul limite di caratteri.

Il primo è Woofer (woof significa abbaiare), che si autodefinisce un servizio di macroblogging. Si possono inserire messaggi di una lunghezza _minima_ di 1400 caratteri.

Il secondo invece è Squeaker (squeak vuol dire squittire), che è invece un servizio di nanoblogging, per messaggi di _esattamente_ 14 caratteri.

Entrambi i servizi non necessitano iscrizione e permettono di utilizzare l'utente creato per Twitter.

Piccole follie del web.
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Codici a barre, QR e Semapedia: quando il mondo reale linka il web

Oggi vi parlo un po' dei codici a barre, e di un progetto interessante ad essi collegato.

I codici a barre sono una delle cose che da bimbo mi affascinavano di più. Il vedere prodotti di ogni genere passare sul lettore per far comparire il prezzo ha qualcosa di magico.

Mi cominciai però ad interessare della cosa quando vidi su Topolino la pubblicità di un videogame in cui al posto delle cartucce, per avere nuovi giochi, andava inserito un codice a barre ritagliato da qualunque cosa si volesse. Molto più tardi uscì una cosa del genere anche per Nintendo GameBoy Advance. E andando ad analizzare la cosa, tutto perse un po' di magia: era chiaro che il videogioco non "creasse" giochi a partire dal codice, ma ne sbloccasse di già integrati.

Il funzionamento di un codice a barre è estremamente semplice, e probabilmente quasi tutti lo conoscete già. Un codice a barre è una sequenza di barre bianche e nere (tipicamente sono significative sia quelle bianche che quelle nere), di uno spessore predeterminato. La sequenza identifica di fatto un codice binario (una serie di 0 e 1), che può contenere codificati in qualche modo numeri o lettere. Un codice contiene quindi una sequenza di caratteri, che possono essere rapidamente letti da un semplice scanner e inseriti in un PC. I codici a barre dei prodotti del supermercato, o dietro i libri, in Europa sono codici di tipo EAN, che possono contenere esclusivamente numeri di 13 o 8 cifre, creati in modo da identificare il produttore e l'articolo in vendita in maniera univoca e rapida.

E qui inizia una nuova forma di fascino. I codici a barre sono il collegamento tra gli oggetti, il mondo fisico, e il mondo dei computer.

I codici a barre non sono sempre delle sequenze di barre. Negli ultimi anni, considerando che la decina di numeri in un codice classico non basta in molti casi, si stanno imponendo i codici a barre bidimensionali, ovvero dei rettangoli fatti di puntini bianchi e neri, con un principio di funzionamento analogo a quello delle barre. Molti di voi avranno visto sicuramente qualcosa del genere sui pacchi gestiti dalle Poste Italiane, che per l'identificazione rapida usano codici di tipo Data Matrix, capaci di contenere 2335 caratteri alfanumerici.

Più interessanti per le questioni di collegamento tra il mondo reale e i PC sono però i codici di tipo QR. Si tratta di codici bidimensionali, inventati in Giappone, estremamente performanti: possono contenere numeri di 7089 cifre, o testi di 4296 caratteri (1817 caratteri giapponesi), oppure file di 2953 byte.

Si sta diffondendo molto, soprattutto in Giappone, l'utilizzo di questi codici QR per contenere, nel classico formato vCard il contenuto di un biglietto da visita, da stampare dietro al biglietto stesso. In questo modo, il codice potrà essere fotografato da qualunque telefonino, decodificato da un apposito programma (se ne trovano molti in rete) ed inserito direttamente in rubrica. Genialmente comodo.

Quando ho scoperto questo genere di codici, tempo fa, il fascino si è riacceso, con un sogno: linkare, sul serio, il mondo al web. La cosa è rimasta un sogno un po' perché bisognava aspettare il momento giusto, quello in cui abbastanza gente avesse avuto in tasca un lettore di codici collegato ad Internet (e quel momento è adesso...) e un po' per i problemi di sicurezza legati all'evitare che il mondo reale linki virus attraverso il sistema.

C'è chi però ha avuto in piccolo la mia stessa idea, evitandosi il problema di sicurezza e realizzandola. Mesi fa ho infatti scoperto il progetto Semapedia.

Tale progetto si "limita" a linkare il mondo a Wikipedia. Per ogni pagina dei progetti WikiMedia in qualunque lingua, infatti, è in grado di creare un codice QR con dentro il link ad una sua pagina, che contiene la pagina Wiki in formato per cellulare. I codici vengono dati in un comodo PDF stampabile su carta adesiva, e possono essere quindi incollati all'oggetto che deve linkare la pagina. In tal modo, basterà fotografare con il cellulare il codice per avere le informazioni di Wikipedia sull'oggetto in questione.

Immaginate la praticità nel poter linkare a Wikipedia monumenti, luoghi, apparecchi, marchi, eventi... Un collegamento diretto. Dal mondo reale al Web.

Finalmente.
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Libri elettronici e liberta' digitali

Chi mi ha sentito parlarne, sa che sono un fan degli e-book, i dispositivi di lettura dei libri elettronici. O meglio, sono assolutamente convinto che la letteratura debba restare su carta, che l'oggetto libro sia indispensabile (come lo è l'oggetto CD nonostante gli mp3), ma trovo prima di tutto ridicolo che alcuni testi, come i quotidiani, o i libri destinati allo studio di base (e quindi a divenire inutili in fase di studio avanzato), o alle molte dispense universitarie di base vengano stampati su carta per essere buttati. Inoltre, ritengo i libri elettronici un'alternativa ultra-economica ai libri stampati, (considerato che fa risparmiare tanto i costi di stampa quanto quelli, enormi, di distribuzione), che può fare arrivare i libri a chi non può ancora permetterseli, favorendo una migliore distribuzione tanto del sapere quanto della "semplice" cultura.

Il mercato, purtroppo, è al momento controllato da sistemi di dubbia affidabilità. È comune credere che l'editoria digitale sia un'espressione di maggiore libertà, ma la maggior parte dei dispositivi leggono solo formati proprietari (se si vuole mettere un PDF va convertito, spesso con dei sistemi online piuttosto irrispettosi della privacy), protetti da sistemi di gestione dei diritti per impedire la copia.

È recente la notizia che Amazon, nota libreria online sviluppatrice del diffusissimo dispositivo Kindle (fatto per leggere i libri comprati nel loro negozio) ha rimosso da tutti i dispositivi i testi (ironia della sorte) 1984 e La Fattoria degli Animali di George Orwell, per polemiche con l'editore. Ovviamente scusandosi e rimborsando.

Immaginate che abbiate comprato un libro. Di quelli di carta, intendo. E immaginate che, per qualche problema, l'editore decida di ritirarlo dal mercato. Capita spesso. Immaginate ora che vi si presenti a casa un omino della casa editrice, a ritirare il libro che avete acquistato dalla vostra libreria. Rimborzandovi la spesa e scusandosi, certo. Non so come la prendereste, io ci rimarrei malissimo, e abbandonerei l'editore, credo.

Ora immaginate di comprare un libro, elettronico, tramite Amazon o analoghi. Il governo decide che tale libro non debba arrivare ai cittadini. Immaginate che imponga ad Amazon di ritirarlo. Uno scenario degno proprio di 1984, appunto. Ma tecnologicamente possibile.

Sì, sono un fanatico degli e-book. Ma che si scordino che ne compri uno, fincé non mi dicano cosa c'è dentro, e non mi possa assicurare di averne il pieno controllo. I miei libri li presto, ne copio parti, li tengo certo di potermi re-immergere nel loro mondo quando voglio. Ne amo i personaggi, ne amo le trame. Alcuni li odio. Nessuno me li può togliere, se non lo desidero.
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Firefox 3.5 - Geolocalizzazione

Due giorni fa è uscito l'atteso Firefox 3.5. Le caratteristiche interessanti sono molte, a partire da una mgliore gestione della memoria, un nuovo motore javascript e il supporto per le ultima bozze di html 5 (compresa la possibilità di riprodurre video e audio Ogg senza aver bisogno di flash, e la possibilità per i webmaster di inserire i loro font nelle pagine web.

Una caratteristica impressionante è però quella della geolocalizzazione: si possono fare pagine web che, dopo avervi rigorosamente richiesto conferma riguardo l'operazione, chiedono e ottengono la vostra posizione geeografica.

Il servizio è basato, a quanto ho capito, sulla API Geolocation dell'ottima collezione di API Google Gears. A livello tecnico non mi è ancora del tutto chiaro come funzioni, ma dovrebbe basarsi sull'IP e sulle reti WiFi che il PC vede (non so come sappiano chi sta dove, credo abbiano fatto una qualche mappatura quelli di Google).

Dai miei test, in ogni caso, funziona besissimo (becca la via esatta) se provo con un PC che abbia un'antenna WiFi attiva, mentre fallisce miseramente (ritiene che io sia negli Stati Uniti) se provo da un PC senza WiFi. Potete fare le vostre prove qui.

Se diventasse più affidabile, e se non si trovassero bug di sicurezza (ci spero poco), uno strumento simile è una meraviglia. Immaginate di cercare una pizzeria su Google e di avere subito i risultati su quelle dalle vostre parti, ad esempio. O immaginate di poter fare un plugin Firefox che vi faccia da simulatore di GPS basandosi sulla triangolazione delle antenne WiFi.
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Identi.ca

Mi sono iscritto da qualche giorno ad un sistema di microblogging (stile twitter), Identi.ca. Tale servizio mi incuriosiva molto per diversi motivi. Primo fra tutti, è basato su Laconi.ca, un software Open Source. Poi ha un'API semicompatibile con quella di Twitter, e posso quindi utilizzarlo senza mai accedere al sito, ad esempio da terminale o via Jabber/XMPP. Infine, ha un'integrazione molto profonda con Facebook e con Twitter, e può quindi aggiornare il mio status Facebook e può far tornare alla vita il mio account Twitter, storicamente spento.

Mi sono divertito ad integrarlo con altri sistemi. Amo l'integrazione dei software tra di loro, tramite API o tramite lettura di feed. Al momento, sono in grado di aggiornare il mio status da un terminale linux, grazie all'ottima applicazione Twidge (che può fare ad esempio in modo che il mio PC aggiorni da solo il mio stato su Identi.ca, Twitter e Facebook, in caso di necessità), e sono in grado di mostrare l'ultimo status qui a destra sul mio blog (questo tramite RSS).

Inoltre, se non ho sbagliato qualcosa, IBIS (il mio sistema di blogging) dovrebbe, attraverso l'API, segnalare questo nuovo post come messaggio di stato, e così per tutti i prossimi post.

Il mondo dovrebbe accorgersi di quanto questi sistemini, messi in dialogo fra loro, possano essere sfruttati in maniera potente. E l'Open Source è la base per tutto ciò.
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Cloud computing. Che animale è?

Ultimamente non si fa che parlare di Cloud Computing, litigando su pro e contro. Ma che roba è? E perché se ne discute? Vediamo un po' di storia e cerchiamo di capirlo insieme.

All'inizio della storia dei computer, la potenza di calcolo necessaria era poca e i computer erano costosi. Fu immediata quindi l'idea del mainframe. Un mainframe è una macchina multiutente (all'epoca una stanza di armadi) alla quale si potevano collegare, più o meno contemporaneamente, molte postazioni prive di potenza di calcolo, dette "terminali". In questo modo si aveva una sola macchina per molti utenti.

Con l'abbassamento del costo della potenza di calcolo, e la riduzione delle dimensioni delle macchine, nacque il concetto di PC, ovvero di computer personale. Ogni singolo utente ha la sua macchina, quindi. Un approccio completamente diverso. In un certo senso molto più comodo, ma soprattutto con una possibilità di diffusione molto più grande.

Presto i PC si collegarono tra loro in piccole reti per scambiare informazioni, e le reti cominciarono a venire collegate tra loro. Nasceva Internet, destinata a diventare la più grande rete a pacchetti discreti della storia.

Non ci si mise molto a capire la potenza che un tale servizio avrebbe potuto avere. Se si hanno moltissimi computer collegati tra di loro, si può mettere insieme una potenza di calcolo enorme, come se tutte le macchine collegate tra loro fossero un unica, potentissima, macchina.

Nasceva in questo modo l'idea del calcolo distribuito, o Grid Computing, l'embrione di quello che è oggi noto come Cloud Computing. Il calcolo distribuito è un sistema dal funzionamento molto semplice. Immaginiamo un programma che abbia bisogno di una potenza di calcolo enorme, ad esempio una simulazione scientifica. Si crea un server che sappia quali calcoli vadano fatti e sappia raccoglierne i risultati, e un programma in grado di richiedere al server che calcoli deve fare. Moltissime persone installano questo programma, chiedono al server le istruzioni, fanno i calcoli e consegnano al server i risultati. In questo modo le operazioni di calcolo vengono svolte su moltissime macchine diverse, con una potenza totale enorme.

Se si uniscono il concetto di Grid Computing (molte macchine insieme creano una macchina molto potente) e quello di Mainframe (tanti utenti utilizzano una singola macchina remota) nasce il Cloud Computing.

Il modello del Cloud Computing è quello di un fornitore di servizi che possiede un server o, più spesso una rete di server che si distribuiscono il calcolo, che sia in grado di ospitare delle applicazioni che possano essere utilizzate da remoto da utenti collegati a Internet (tipicamente via Web) o a una generica grande rete.

All'utente non interessa dove sia l'applicazione o come sia fatta, e non deve installare nulla. Si collega ad Internet e usa il programma ospitato dal fornitore di servizi.

Facciamo qualche esempio. Molti di voi avranno una casella di posta elettronica. Probabilmente potete visualizzare la vostra posta via web. Ebbene, questa è un'applicazione del Cloud Computing. Il vostro fornitore della casella vi dà anche un'applicazione per leggere la posta. Migliaia di altri utenti leggono la loro posta attraverso la stessa applicazione, senza avere alcun bisogno di sapere come l'applicazione sia fatta o su quale computer giri.

Facciamo esempi più specifici. Google è un importante fornitore di Cloud Computing. Molti di voi conosceranno il servizio GMail, che fornisce anche un'applicazione su web per leggere la propria posta, sia di GMail che di altri account. Insomma, GMail è un'applicazione del tutto analoga a Thunderbird, o ad Outlook. Però gira su Internet, senza che sia importante dove, e la usano milioni di persone insieme a voi.

Google fornisce anche la suite Apps, che contiene un word processor, un foglio di calcolo, un lettore PDF e moltissimi altri programmi analoghi a quelli che avete sul PC, ma che girano su Internet. Si possono addirittura salvare documenti su Internet, per poi ritrovarseli da qualunque parte del mondo ci si collega, e si possono condividere documenti con altre persone. Cloud Computing.

Ci sono anche applicazioni molto più spinte. EyeOS, un progetto Open Source che ho testato con soddisfazione, fornisce un intero sistema operativo, con moltissimi strumenti, in grado di girare su web. Un'azienda potrebbe installarlo per fornire servizi di Cloud Computing di ottimo livello.

I vantaggi di un simile approccio sono enormi ed evidenti. Si ha accesso ai propri file ovunque ci si trovi, e da qualunque sistema operativo ci si colleghi. Si possono condividere i propri file con altri utenti, ed eventualmente lavorarci insieme. Si hanno programmi sempre aggiornati. Non è necessario un PC potente (GMail si utilizza anche dai telefoni cellulari, ad esempio). Non è necessario installare altro che un browser. Insomma, moltissime comodità che lo portano ad essere un modello di computing appetibile per un futuro in cui ci si può collegare ad Internet da dispositivi molto diversi tra loro, spesso poco potenti, e in cui avere lo stesso documento accessibile da tutti i dispositivi è spesso vitale.

Ma è fondamentale stare estremamente attenti a non farsi accecare da tutto questo, perché anche gli svantaggi ci sono, e sono notevolissimi.

Prima di tutto la privacy. Mettere tutti i miei documenti su un sistema che non so dove sia, e come sia gestito, è una follia a livello di privacy. Chi gestisce il sistema può fare ciò che vuole dei miei documenti, e non ho modo di saperlo. Poi c'è la questione sicurezza. Chi dovesse ottenere le credenziali per accedere alla piattaforma di Cloud Computing che utilizzo, non ha nessuna barriera fisica che lo separi dai miei documenti. Infine, i pericoli legati al backup. Nessuno mi assicura che i miei dati siano al sicuro dalla chiusura del sistema che mi ospita (fallimento dell'azienda o simili) o da guasti.

Insomma, prima di acclamare il Cloud Computing come meraviglia delle meraviglie, bisogna considerare molto bene tutto questo. Ciò non toglie che ci siano ambiti in cui gli svantaggi non esistono affatto. Penso ad esempio ad un'azienda che crea, nella propria Intranet, un'applicazione di Cloud Computing utilizzabile per il lavoro dei propri dipendenti. Una cosa del genere fornirebbe enormi vantaggi di coordinamento del lavoro senza alcuno svantaggio.

Insomma, Cloud Computing? Sì, ma senza strafare.
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Sull'oscuramento indiscriminato dei siti

È stato presentato, da tale senatore Gianpiero D'Alia, un fantastico emendamento all'articolo 50 del DDL 733.

Questo emendamento darebbe il potere al Ministero degli Interni di oscurare qualsiasi sito contenga apologie di reato. Questo significa fondamentalmente che se un tizio qualunque domattina carica un video su Youtube in cui incoraggia a picchiare un caio, e denunciasse la cosa, il Ministero può oscurare Youtube. Lo stesso vale per un gruppo aperto su Facebook, o per un commento a questo blog in cui mi minacciate.

A me pare pura follia, in sostanza qualunque blogger si trova costretto a censurare tutto ciò che è vagamente rischioso, e avremo Facebook, Youtube e simili oscurati per sempre.

Tanto per farci assaggiare questa meraviglia, mi confermano (io uso un DNS statunitense, quindi le decisioni del Ministero non mi influenzano minimamente) che la Polizia Postale ha oggi oscurato il server 5 di ImageShack, perché, pare, conteneva immagini pedopornografiche. ImageShack è un sito internet, parecchio utile, che permette di caricare gratuitamente immagini per poterle poi pubblicare su piccoli siti, blog e forum. Per poche immagini, se non una, si sta oscurando un servizio utilizzato lecitamente da moltissime persone, e si sono fatte sparire da migliaia di blog centinaia di migliaia di immagini.

Non so, non è mia abitudine utilizzare un bazooka per uccidere una mosca. Certo, la mosca la ucciderei, ma...
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In difesa di Facebook e di Google

Sono iscritto a Facebook ormai da anni, da quando ancora in Italia non lo aveva quasi nessuno, e ho assistito alla rapida trasformazione da semplice piattaformina di social networking all'enorme applicazione commerciale che è ora. Un esempio banale: quando mi sono iscritto nessuno poteva creare applicazioni, se non il team di Facebook. Ora lo può fare chiunque, con conseguente ploriferazione di test folli (che prima non esistevano).

Ogni tanto, a volte per invidia, altre per diffidenza verso chi ha molte informazioni, si scatenano polemiche su questo sito.

L'ultima, raccolta anche dal buon Paolo Attivissimo riguarda la presunta (in base a parole della responsabile marketing di Facebook) intenzione di "vendere i nostri dati" a non specificate società per non meglio specificati sondaggi e indagini di mercato.

Detto così, pare che Facebook prenda i nostri dati, li metta in un bel file e li venda a chissà chi in cambio di una valigia di bigliettoni.

Nonostante la cosa sia molto pittoresca, è falsa. Vendere i dati significa semplicemente dare, a pagamento, la possibilità di creare applicativi che accedano ai dati di facebook (come già fanno le applicazioni) e che li utilizzino, invece che per fare sondaggi del tipo "Che odore sei?" (sondaggio con interessanti risvolti), per fare sondaggi e pubblicità mirate a ciò che Facebook sa di noi (negozi vicini, ad esempio). Chiaramente tali cose non saranno richieste, e immagino compariranno insieme alle pubblicità già presenti a destra nell'interfaccia. Chi fa le pubblicità, come chi fa le applicazioni, non avrà accesso ai nostri dati.

Non mi sembra una cosa poi così deprecabile. Anzi, se proprio devono fare pubblicità, che almeno sia mirata.

A questo aggiungo il fatto che Facebook sa di me quello che ho voluto dirgli, e che mai nessun delegato del sito è mai venuto a casa mia per puntarmi una pistola e costringermi a concedere qualche informazione. Non vedo quindi perchè dovrei preoccuparmi di cosa vada a dire in giro. Gli ho dato quello che sa proprio per pubblicarlo...

Discorso simile si applica a Google. Google, si dice, sa tutto di noi. Posta, ricerche (su Internet, ma anche geografiche), cosa ci piace sapere (Google News), cosa leggiamo (Google Books), i nostri campi di interesse (Google Gruppi) e così via. Tra i servizi, c'è il fatto che la versione per cellulare di Google Maps, se si possiede un GPS integrato nel telefono, fa da software GPS. Se invece non lo si possiede, i dati sulle celle raccolti da chi ha il GPS vengono utilizzati per farti sapere dove stai in base alla cella in cui ti trovi.

A questo servizio, da pochi giorni, si è aggiunto il servizio Google Latitude, che permette di rendere noto (con diversi livelli di dettaglio in base alle impostazioni) ai propri conoscenti la propria posizione. Posizione che piò essere la città, le coordinate, un posto impostato dall'utente e così via.

Contro questo servizio, in due giorni, hanno detto di tutto. L'opinione più diffusa è che viola la privacy, e che Google non ha diritto di sapere dove sono. Follia, chiaramente. Se non ha diritto, non glie lo dire e vivi in pace. Nessuno ti costringe. Io la mia posizione non la pubblicherei, se non necessario. Ma lo stesso non vale, ad esempio, per le piccole aziende che hanno bisogno di un sistema di gestione delle flotte a basso costo e se ne trovano uno gratis, e non vale per una marea di situazioni analoghe. E se per sfruttare gratis una cosa del genere mi devo subire pubblicità mirata, non è così grave.

Insomma, il succo di questo post è questo: ci sono aziende che in maniera più o meno trasparente ci forniscono dei servizi per cui hanno bisogno delle nostre informazioni. Nessuno ci costringe a dargliele, per fortuna. Ognuno dia quello che vuole e viva tranquillo senza fare paragoni col Grande Fratello (che è il personaggio di un libro che consiglio, 1984 di George Orwell). Il Grande Fratello le informazioni se le prendeva, noi abbiamo la possibilità di non darle.
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Lorenzo ha realizzato oggi, definitivamente, che la lettera del Papa ai giovani che ha letto è la stessa di cui parlavano i giornali. O____O (il 5/9/10 alle 21:35)

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